L’intercity entra nella stazione di Milano Centrale alle
otto e cinquanta. Scendo dal treno, e mi trovo in mezzo ai manichini. Una
miriade di manichini affolla la banchina; in qualunque direzione diriga lo
sguardo, non vedo altro che manichini, a perdita d’occhio. I manichini sono
calvi, dai lineamenti asessuati. Indossano abiti maschili o femminili, perlopiù
giacca e cravatta o tailleur. Sono immobili; ciascuno è sistemato in una
posizione particolare, è disposto in una particolare postura che ricalca
un gesto, che allude a un’intenzione, a un movimento. Lembi di plastica color
rosa carico spuntano dai vestiti, offrendosi ai miei occhi come mani, facce,
nuche assemblate in serie. Le superfici visibili sono perfettamente lisce,
glabre, dure. Fatico a muovermi in mezzo alla moltitudine dei manichini. Mi
sento assediato, in trappola. Il respiro diventa affannoso. Comincio a farmi
largo sbracciando, sgomitando; nell’urto, alcuni manichini barcollano
paurosamente ma rimangono in piedi, pochi si inclinano e cadono al suolo.
Scendo le scale mobili, percorro l’atrio della stazione, anch’esso intasato dai
manichini. Il sudore mi cola sulla faccia. A stento riesco a raggiungere la
scalinata di accesso alla metropolitana. I manichini sono del tutto
indifferenti ai miei sforzi; sembrano privi di qualsiasi sentore della mia
esistenza…
"L'esistenza umana somiglia a una rappresentazione teatrale che, cominciata da attori vivi, sarebbe terminata da automi che indossano gli stessi costumi." (A. Schopenhauer) L'inerzia non rinuncia a celebrare i propri trionfi. Rimane per i sopravvissuti la possibilità di un'isola, dove leggere telegrammi inviati dall'aldilà.
venerdì 12 settembre 2014
Nostalgia del futuro
Se
almeno una volta nelle vita, scriveva, anche le tue ossa, come le mie,
hanno tremato dinanzi a quella combinazione di rammarico e attesa, di
disfatta e rivincita, di anelito e struggimento, a cui non so dare altro
nome che "nostalgia del futuro", allora, e soltanto allora, possiamo a
ragione dirci simili.
giovedì 11 settembre 2014
Anafora del giorno dopo
Comunque
sfocati, comunque insonni, comunque a tentoni, comunque lontani,
comunque di fretta, comunque soli, comunque troppo presto, o troppo
tardi.
mercoledì 10 settembre 2014
Sotto assedio
Costantemente
siamo tenuti sotto assedio dagli effetti delle nostre scelte,
soprattutto quelle sbagliate. Di continuo siamo minacciati e infine
assaliti dalle conseguenze delle nostre decisioni inopportune,
conseguenze di cui conosciamo soltanto approssimazioni, e che quindi ci
colgono sempre alle spalle, ferendoci inesorabilmente.
martedì 9 settembre 2014
L'arte dell'esagerazione
Se esercitata con la disciplina e la ferocia necessarie, l'arte dell'esagerazione è la sola capace di tramutare il tragico in grottesco, il grottesco in comico, il comico in sopportabile.
sabato 6 settembre 2014
Confessione
Dovrei renderlo più distaccato, dovrei nascondere la mia figura. Dovrei considerare le responsabilità della caratterizzazione, dovrei romanzare il tutto, rivestirlo di ironia, confondere le acque, infilarci dentro aneddoti altrui come se fossero miei, renderlo politicamente corretto, frivolo quanto basta, dovrei fare in modo che l'artificio crei una superficie elegante, dovrei disporre gli eventi in ordine; dovrei aspettare e scriverne più in là; dovrei scriverne a mente fredda, quando il desiderio si è placato, non dovrei appesantire la scrittura di frammenti, di ferite aperte, di fallimenti, di passioni incontrollate; non dovrei dover pensare l'impensabile, non dovrei dover soffrire, dovrei rivolgermi qui a te direttamente (è assurdo, ma è così che mi manchi), dovrei rendere prevedibile e inoffensivo il nostro viaggio in questo paesaggio terreno, dovrei scrivere una confessione migliore di questa, non dovrei dire che hai i tuoi demoni, come li ho io.
mercoledì 3 settembre 2014
Insonnia (II)
L'emorragia veniva dal quadrante e intanto
fissavi la pastiglia sul comodino e chiedevi
imploravi di buttarla dal balcone e vederla cadere
centrare la pozzanghera come il bicchiere d'acqua a metà.
Bastava staccarsi dalla propria immagine, entrare nel completo
farsi sordi al vaniloquio del verme della notte
ma non c'era verso, il mattino aveva le ore bendate.
Pensi al disco bianco, al sapore gessato accostato alla lingua...
sporgi il busto dal davanzale, lo pieghi in avanti
preghi che l'asfalto non ti entri dalle mani.
fissavi la pastiglia sul comodino e chiedevi
imploravi di buttarla dal balcone e vederla cadere
centrare la pozzanghera come il bicchiere d'acqua a metà.
Bastava staccarsi dalla propria immagine, entrare nel completo
farsi sordi al vaniloquio del verme della notte
ma non c'era verso, il mattino aveva le ore bendate.
Pensi al disco bianco, al sapore gessato accostato alla lingua...
sporgi il busto dal davanzale, lo pieghi in avanti
preghi che l'asfalto non ti entri dalle mani.
lunedì 1 settembre 2014
Bernhardiana. Dialogo incompiuto
Le
citazioni sono tratte da opere di Thomas Bernhard (Heerlen, 9 febbraio 1931 – Gmunden, 12 febbraio 1989). Con esse l'estensore tenta di dialogare (in grassetto), ma a ben vedere il dialogo fallisce, spezzandosi in due monologhi.
"Teniamo in serbo le nostre
domande perché noi stessi ne abbiamo paura, poi ad un tratto è troppo tardi per
porle. Vogliamo lasciare in pace l'interrogato, non vogliamo ferirlo
profondamente perché vogliamo lasciare in pace noi stessi e non ferirci
profondamente. Rimandiamo le domande decisive e facciamo senza posa domande
ridicole, inutili e meschine, e quando facciamo le domande decisive è ormai
troppo tardi."
Col
tempo ci abituiamo a ricacciare per così dire dentro di noi i nostri pensieri
più grandi. Per sopravvivere, dobbiamo chiudere ermeticamente l'accesso ai
nostri pensieri più alti e decisivi e rendere pubblici solo i nostri pensieri
più bassi, che con quelli nascosti hanno poco, di solito proprio nulla in
comune, perché se dichiarassimo apertamente i nostri pensieri più grandi
saremmo spacciati.
Le nostre biblioteche sono in un certo senso
istituti di pena dove noi abbiamo rinchiuso i nostri grandi spiriti,
naturalmente Kant in una cella singola e così Nietzsche, Schopenhauer, Pascal,
Voltaire, Montaigne, i grandissimi nelle celle singole e gli altri nei
cameroni, ma tutti per sempre e in eterno, mio caro, per tutti i tempi e
all’infinito, la verità è questa. E guai se uno di questi uomini che hanno
commesso un delitto capitale si dà alla fuga e scappa, subito viene per così
dire impacchettato e reso ridicolo, la verità è questa. L’umanità è in grado di
difendersi da questi cosiddetti grandi spiriti, così diceva, pensai. Dovunque
si presenti lo spirito, subito viene impacchettato e ingabbiato…”
La
maggior parte degli uomini a un certo punto viene prelevata di peso, rinchiusa
e sigillata in gabbie mentali, chi nell'adolescenza, chi in gioventù, chi in
età matura, e alla lunga finisce con l'affezionarsi profondamente ad esse,
tanto da rifiutarsi di evadere anche se le viene indicata, in modo
inequivocabile, la via di scampo.
“Cerchiamo dappertutto l’infanzia
e dappertutto non troviamo altro che il famoso vuoto assoluto. Devi rassegnarti. In generale, quando ti volti, non
vedi ormai altro che il vuoto assoluto,
pensai, non solo per quanto riguarda l’infanzia, qualsiasi cosa, quando è
passata, non è ormai altro che vuoto
assoluto, mi dissi. Per questo è un bene se non ti volti più indietro, non
devi più voltarti indietro, se non altro per salvaguardare te stesso, devi
saperlo, pensai ora. Se ti volti indietro verso il passato, guardi soltanto
dentro il vuoto assoluto, pensai, se
guardi allo ieri, non è già nulla più che il vuoto assoluto, pensai, anche se guardi indietro all’attimo appena
trascorso, non guardi ormai in null’altro che nel vuoto assoluto.”
Pochi
sono disposti ad accettare questa verità semplice e terribile, che per l'uomo è
impossibile sottrarsi alla scelta, neppure quando in apparenza non sceglie ma
si lascia trasportare dall'inerzia.
Siamo condannati a scegliere. Di continuo, in ogni singolo istante, apriamo e chiudiamo porte di futuri possibili, e niente può mai tornare indietro.
Siamo condannati a scegliere. Di continuo, in ogni singolo istante, apriamo e chiudiamo porte di futuri possibili, e niente può mai tornare indietro.
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