lunedì 1 settembre 2014

Bernhardiana. Dialogo incompiuto



Le citazioni sono tratte da opere di Thomas Bernhard (Heerlen, 9 febbraio 1931 – Gmunden, 12 febbraio 1989). Con esse l'estensore tenta di dialogare (in grassetto), ma a ben vedere il dialogo fallisce, spezzandosi in due monologhi.

"Teniamo in serbo le nostre domande perché noi stessi ne abbiamo paura, poi ad un tratto è troppo tardi per porle. Vogliamo lasciare in pace l'interrogato, non vogliamo ferirlo profondamente perché vogliamo lasciare in pace noi stessi e non ferirci profondamente. Rimandiamo le domande decisive e facciamo senza posa domande ridicole, inutili e meschine, e quando facciamo le domande decisive è ormai troppo tardi."

Col tempo ci abituiamo a ricacciare per così dire dentro di noi i nostri pensieri più grandi. Per sopravvivere, dobbiamo chiudere ermeticamente l'accesso ai nostri pensieri più alti e decisivi e rendere pubblici solo i nostri pensieri più bassi, che con quelli nascosti hanno poco, di solito proprio nulla in comune, perché se dichiarassimo apertamente i nostri pensieri più grandi saremmo spacciati.

“I grandi pensatori li abbiamo ingabbiati nelle nostre librerie, da dove essi, condannati al ridicolo per sempre, ci guardano con gli occhi sbarrati, così diceva, pensai. Notte e giorno io sento il lamento dei grandi pensatori che sono stati rinchiusi nelle nostre librerie, quei ridicoli grandi spiriti ormai ridotti come mummie sotto vetro, così diceva, pensai. E’ tutta gente che ha violato la natura, diceva, è per questo che vengono puniti e da noi ficcati per sempre nelle nostre librerie.
Le nostre biblioteche sono in un certo senso istituti di pena dove noi abbiamo rinchiuso i nostri grandi spiriti, naturalmente Kant in una cella singola e così Nietzsche, Schopenhauer, Pascal, Voltaire, Montaigne, i grandissimi nelle celle singole e gli altri nei cameroni, ma tutti per sempre e in eterno, mio caro, per tutti i tempi e all’infinito, la verità è questa. E guai se uno di questi uomini che hanno commesso un delitto capitale si dà alla fuga e scappa, subito viene per così dire impacchettato e reso ridicolo, la verità è questa. L’umanità è in grado di difendersi da questi cosiddetti grandi spiriti, così diceva, pensai. Dovunque si presenti lo spirito, subito viene impacchettato e ingabbiato…”

La maggior parte degli uomini a un certo punto viene prelevata di peso, rinchiusa e sigillata in gabbie mentali, chi nell'adolescenza, chi in gioventù, chi in età matura, e alla lunga finisce con l'affezionarsi profondamente ad esse, tanto da rifiutarsi di evadere anche se le viene indicata, in modo inequivocabile, la via di scampo.

“Cerchiamo dappertutto l’infanzia e dappertutto non troviamo altro che il famoso vuoto assoluto. Devi rassegnarti. In generale, quando ti volti, non vedi ormai altro che il vuoto assoluto, pensai, non solo per quanto riguarda l’infanzia, qualsiasi cosa, quando è passata, non è ormai altro che vuoto assoluto, mi dissi. Per questo è un bene se non ti volti più indietro, non devi più voltarti indietro, se non altro per salvaguardare te stesso, devi saperlo, pensai ora. Se ti volti indietro verso il passato, guardi soltanto dentro il vuoto assoluto, pensai, se guardi allo ieri, non è già nulla più che il vuoto assoluto, pensai, anche se guardi indietro all’attimo appena trascorso, non guardi ormai in null’altro che nel vuoto assoluto.”

Pochi sono disposti ad accettare questa verità semplice e terribile, che per l'uomo è impossibile sottrarsi alla scelta, neppure quando in apparenza non sceglie ma si lascia trasportare dall'inerzia.
Siamo condannati a scegliere. Di continuo, in ogni singolo istante, apriamo e chiudiamo porte di futuri possibili, e niente può mai tornare indietro.

domenica 31 agosto 2014

Insonnia (I)


Le lancette erano cadute. Giusto il tempo
di chiedere una cosa così facile
come dormire. Anche gli atomi parlavano,
anche il lenzuolo di garza diceva:
“Il bisogno non tiene uniti.”
I nervi correvano sui muri.
Chiuso dentro giri di compasso supplicavo:
“Vattene, domani che sempre ritorna.”

giovedì 13 febbraio 2014

Fuori fuoco

C'è questa sequenza formidabile nel film "Harry a pezzi" di Woody Allen, nella quale Robin Williams, che interpreta l'attore "Mel", scopre di essere "fuori fuoco". In realtà i primi a scoprirlo sono gli altri, i membri della troupe, durante le riprese su un set cinematografico. Increduli, dapprima attribuiscono il "difetto" alla macchina da presa, alle lenti dell'obiettivo, finché, compresa la "insolita" verità, invitano l'attore a prendersi un po' di riposo...
Ma una volta a casa, dinanzi allo stupore della moglie e dei figli ("hai un'aria strana, sei sbiadito, appannato"), le cose per Robin Willams non migliorano. Anzi, il mattino dopo, al risveglio, l'attore è ancora più sfocato del giorno prima.
Qual è la causa del "disturbo"? Stress da lavoro, depressione, angoscia esistenziale? Non è dato saperlo. Il medico che dovrebbe "risolvere il problema", dopo averlo visitato non azzarda una diagnosi. Piuttosto, conclude, "lei non ha proprio niente, solo che è fuori fuoco". Non c'è tempo da perdere: l'importante, dopo tutto, è che gli altri, a cominciare dai suoi familiari, tornino a vederlo "normale", anche perché da un simile fenomeno, senza precedenti, è pressoché impossibile distogliere lo sguardo, ma al tempo stesso, come lamenta la moglie dell'attore, alla lunga "fa venire il mal di mare".
Ecco dunque la "correzione": Robin Williams rimarrà, per quanto ne sappiamo, fuori fuoco, ma gli altri non se accorgeranno, e finiranno con il dimenticarsene, purché prendano la precauzione di indossare, in sua presenza, appositi occhiali.

L'essere fuori fuoco mette a nudo, esasperandola, la verità personale, esistenziale di Robin Williams, ovvero del suo alter ego "Mel": la star di Hollywood che non sopporta più di essere al centro dell'attenzione, di avere i riflettori puntati addosso, perché sa che la prossimità con il suo pubblico che così si viene a creare è soltanto un'illusione, che  vorrebbe tirarsi fuori dal giuoco; ma che, essendo con tutta probabilità inchiodato al suo stesso "carisma hoolywoodiano", alla "parte" extra-scenica che si è lasciato cucire addosso troppo a lungo, finisce soltanto per uscire dal fuoco, continuando suo malgrado ad attirare l'attenzione, non più tuttavia come star del cinema bensì come parodia, caricatura di se stesso,  proprio perché obbliga lo sguardo a posarsi là dove, a causa del fastidio che ne deriva, non vorrebbe guardare.
E' probabile che l'attore non tornerà più quello di prima - indietro, è risaputo, non torna mai niente - ma ciò che conta è che torni ad essere socialmente accettabile, nella dimensione pubblica (lavoro) e privata (famiglia), l'importante è che l'interrogativo che la sua sfocatezza pone agli altri venga ricacciato dentro, nascosto e infine dimenticato, che gli altri vengano protetti, messi al sicuro dalla "stortura che è diventato", con il semplice accorgimento di un paio di occhiali per "vedere meglio", ovvero non vedere ciò che, non apparendo "normale", disturba (espediente a cui tutti si adegueranno volentieri, tranne - e non è un caso - i figli bambini, gli unici ad opporre qualche resistenza).

E' così. Ci saranno sempre, per gli individui fuori fuoco che, ogni giorno più numerosi, calpestano frettolosi l'asfalto, in cerca di qualcosa, di un riparo dalla tempesta, che disperdono come sabbia messaggi nelle catacombe di Facebook, che smarriscono la loro voce inascoltata nella miriade di voci inascoltate;  ci saranno sempre, per costoro, forgiati dalla solitudine, insonni, terrorizzati dal futuro, occhiali da far indossare a chi li circonda,  in modo che la loro "stortura" passi inosservata.

Harry a pezzi - Fuori fuoco
(min. 3:00)

Caccia al colpevole

STORIELLA EDIFICANTE (a beneficio di vittimisti e ricercatori impenitenti del capro espiatorio):

TIZIO, per fare i propri interessi, tende un trappolone a CAIO, avvalendosi dell'aiuto fondamentale di SEMPRONIO, che CAIO ha scelto come suo rappresentante, ricevendone in cambio molteplici favori.

CAIO non si preoccupa delle avvisaglie, si disinteressa completamente, anzi continua imperterrito a delegare SEMPRONIO, basta che SEMPRONIO continui a omaggiarlo di favori.

Così, CAIO finisce nel trappolone teso da TIZIO, spintoci dentro proprio da SEMPRONIO, e quando se ne avvede ormai è troppo tardi: i favori concessi da SEMPRONIO via via diminuiscono, finché addirittura CAIO viene privato di tutti i suoi beni, che finiscono nelle tasche di TIZIO (una parte anche in quelle di SEMPRONIO, ovviamente).

INDOVINELLO:
orbene, in questa parabola, in tutta onestà, chi è veramente "IL COLPEVOLE"?



Segue esegesi (una sola annotazione: in realtà, nel cortocircuito, tertium datur, ovvero la "spremitura", graduale e progressiva, finché rimane qualcosa da spremere, delle "categorie non privilegiate", la massa indifferenziata degli "ex-risparmiatori" non intruppati in assetti neo-corporativi).

Declino e non governo

"Sino a quando in Italia le risorse non erano troppo scarse la funzione richiesta ai governi dai loro gruppi elettorali di riferimento (corporazioni e altri gruppi d’interesse) era quella di erogare più rendite a una platea più ampia. Ora che il declino economico accentuato del paese ha reso questo non più possibile, la richiesta si riduce alla difesa strenua delle fette di torta specifiche, indipendentemente dal fatto che la somma delle fette storicamente garantite superi di gran lunga la grandezza della torta annualmente prodotta. Il criterio generale che presidia il tutto  sembra essere infatti “la fetta come variabile indipendente”. Esso ha avuto nel tempo diverse declinazioni: dallo storico “il salario come variabile dipendente” dell’epoca dell’autunno caldo (ma di fatto anche prima) al più recente “il profitto come variabile indipendente”, non dichiarato ma ampiamente praticato dalle grandi (si fa per dire) imprese colluse con lo Stato che a fronte di ogni rischio di riduzione di redditività hanno tranquillamente gettato lavoratori nel cestino dei rifiuti del welfare pubblico (con i governi ben disposti a porgerlo), sino all’ultimissimo ‘il gettito come variabile indipendente (dagli imponibili)’ di fatto perseguito da un fisco famelico, terrorizzato dalla constatazione che non basta più, per effetto della caduta degli imponibili, aumentare le aliquote per togliere soldi ai cittadini ma è ormai divenuto anche necessario fissare imponibili immaginari.

Allo stato attuale delle cose, le numerose fette privilegiate di torta storicamente concesse non possono essere compresse dal governo, pena la revoca del consenso, ma non possono neppure essere salvaguardate se non lasciando che tutte le conseguenze del declino ricadano sulle categorie non privilegiate. Con questi vincoli i governi non possono governare perché dovrebbero tagliare le fette privilegiate rimuovendo le rendite e segando il ramo del consenso su cui sono già debolmente seduti. Non possono però neanche  non governare per non suscitare la protesta (o rivolta) dei più deboli. L’unica soluzione resta pertanto quella di non governare facendo però finta di farlo. La quadratura del cerchio è il gattopardismo o, meglio ancora, l’ammuina, l’arte (erroneamente attribuita alla marineria borbonica) di far finta di darsi un gran daffare per coprire l’inattività più totale.

Il problema n. 1 del paese, in sintesi, è il fatto che il non governo provoca o accelera il declino il quale a sua volta determina impossibilità di governare, generando un circolo vizioso dal quale non si riesce a vedere via d’uscita. Il declino del paese è infatti accentuato, e in ogni caso non impedito, dall’incapacità di governare ed è ora pervenuto ad un punto dal quale non può più ritornare indietro per effetto delle sole scelte dei soggetti privati e delle loro aggregazioni sociali. Necessita invece di una robusta ed efficace azione di governo che tuttavia non c’è e molto probabilmente non può neppure esserci poiché il terreno perduto rende i governi ostaggio dei veti alle riforme che le categorie sinora protette, e che più avrebbero da ridare alle altre e dunque da perdere, sono in grado di porre.

Fare le riforme economiche necessarie richiede purtroppo di intaccare le rendite esistenti quando i loro percettori sono in grado di determinare, o almeno impedire la decisione sociale. Se si vuole accrescere il benessere sociale e si parte da assetti monopolistici occorre evidentemente smantellare i monopoli. E come si può fare se chi decide è, nella peggiore delle ipotesi, il rappresentante politico dei monopolisti e, nella migliore, ostaggio dai loro veti?

Se è chiara la diagnosi è chiara anche la terapia. Il paese non ha che da fare due cose: (1) darsi da fare per produrre una torta più grande; (2) ridurre le fette eccessive (e la garanzia delle fette ‘come variabile indipendente dalla torta’). La prima cosa si chiama efficienza economica, la seconda si chiama equità. Lo farà? Temo di no, non essendovi una coscienza nazionale, un minimo comun denominatore di valori sociali condivisi.

Se non pensiamo che la nave su cui siamo a bordo sia un po’ anche nostra saremo disinteressati al suo affondamento sinché saremo certi (senza fondamento razionale) di avere comunque una scialuppa garantita."

venerdì 13 settembre 2013

Minimalia - 2

Selezione di appunti, frammenti, visioni liberamente tratte dalla pagina Facebook del blog
(23 luglio 2013 – 12 settembre 2013)

Recupero della sovranità monetaria e revisione strutturale del sistema della spesa pubblica: SIMUL STABUNT, SIMUL CADENT.

Chi afferma "ricominciamo a stampare le lire, poi faremo le altre cose: dimezzamento della pressione fiscale, semplificazione degli oneri burocratici, ripristino dei controlli preventivi di legittimità sugli atti pubblici, investimenti statali per favorire la ripresa strutturale e non per creare lavoro buro-indotto, etc." non sostiene forse una posizione CAPOVOLTA, ma specularmente MOLTO SIMILE, a quella di chi raccontò "cominciamo dall'unione monetaria, poi faremo le altre cose: l'unione fiscale, politica, etc."?
Entrambe le posizioni assegnano a una specifica moneta POTERI TAUMATURGICI.

Il DEMENZIALE ABUSO dell'imposizione fiscale diretta e indiretta, il DEMENZIALE ABUSO dell'indebitamento privato, il DEMENZIALE ABUSO di posizione dominante nella gestione dei servizi essenziali in mano a Oligopoli o Monopoli: tutti questi fattori concorrono a generare INFLAZIONE.
Suddetta INFLAZIONE, con buona pace di Monti & Co., è perfettamente, e dolorosamente, COMPATIBILE con la DEFLAZIONE SALARIALE, ossia l'abbassamento dei livelli retributivi (per l'esattezza, in quelle vaste aree del mondo del lavoro dove non sono, o non sono più, PROTETTI).

Con 8.500.000 voti, il 25% alle politiche, in Parlamento M5S conta poco o nulla.
Già, però anche il Parlamento nel suo insieme conta poco o nulla, dato che è da parecchie legislature che le leggi le fa il Governo (su delega o per decretazione d'urgenza).
Già, però anche il Governo, nella cornice attuale dell'Eurozona, conta poco o nulla, se per "contare" si intende qualcosa di più e di diverso dall'aumentare imposte o travasarle da un contenitore all'altro.

A che cosa ci dobbiamo aggrappare, oggi?
All'onestà intellettuale, al disprezzo per la demagogia, alla fatica del concetto, al pragmatismo.
Sono queste, oggi, le posizioni davvero RIVOLUZIONARIE.

La classe politica e dirigente che per malafede (e in parte, forse, anche per ignoranza) ha "svenduto" il tessuto produttivo sano del Paese all' "eurosistema" è LA MEDESIMA che avalla lo stato di polizia fiscale montiano e si tiene ben stretta - per interessi di bottega - il peggio della burocrazia interna, arroccata nei suoi intoccabili privilegi, le molteplici forme di parassitismo locale peraltro cresciute esponenzialmente in regime di eurozona: come è stato implementato nel recente passato da codesti governanti - senza che, è pacifico, vi fossero costretti dal vincolo esterno - il principio di sussidiarietà, raccomandato dai trattati europei, nella proliferazione delle società partecipate? Davvero non ci sarebbero margini di manovra dentro l'eurosistema? Peraltro si devono additare e perseguire continuamente capri espiatori (gli evasori fiscali, addirittura i tassisti come problema nazionale, memento...) o escogitare provvedimenti risibili (lavoro) o nuove alchimie contabili. Non si possono quindi dispensare in giro ASSOLUZIONI usando il vincolo esterno come ALIBI, altrimenti ci si risveglierà fregati più e peggio di prima. E' evidente che consegnare l'eventuale sovranità monetaria a QUESTA truppa parlamentare-governativa non risolverebbe UN SOLO problema strutturale del Paese, e non è detto che non ne creerebbe di nuovi...
(per quelli che potrebbero accorgersi di stare lavorando per il nemico)

Il rapporto tra Stato e Mercato deve essere ricostruito da capo. Attualmente stiamo sperimentando il peggio di entrambi.

La modifica all'art. 138 Cost. vorrebbe portare l’intervallo delle delibere delle due Camere da tre a un solo mese; accorciare quindi i tempi previsti per l'approvazione di una legge costituzionale.
Perché mai? Come al solito, si parla d'altro per non parlare delle questioni reali.
Il punto, ancora una volta, non sono le procedure, ma le idee, la sostanza delle cose: quando hanno voluto modificare la Costituzione (Riforma del Titolo V, art. 81 per "l'equilibrio di bilancio") l'ampio consenso parlamentare previsto dall'art. 138 è stato trovato senza grossi patemi. Peraltro, il Parlamento è afflitto da una cronica incapacità di legiferare, l'attività legislativa di fatto è trasferita da tempo al governo, su delega o attraverso decretazione "d'urgenza" poi ratificata dalle due Camere. L'art. 138, con questo vulnus della democrazia rappresentativa, non c'entra nulla.
Allora perché mettere mano proprio oggi a quell'articolo? Esso rappresenta, comunque, la roccaforte grazie alla quale la Costituzione difende se stessa da manipolazioni troppo facili.

"Ristrutturazione del debito pubblico" è un'espressione molto educata, patinata, cosmetica, che fa pensare a qualcosa di buono, come quando si ristruttura una casa, per ammodernarla, metterla in sicurezza, migliorarla.
In realtà, all'interno dell'euro, significa bancarotta certa.
Fuori dall'euro, significa svalutazione massiva della moneta, la quale non è facilmente prevedibile se comporterebbe o no la bancarotta.
In entrambi i casi, "ristrutturare" non è cosa gradevole, né auspicabile.

B. come "imbucato" al party della sinistra eurista: doveva rovinarla, la festa; in realtà si è rivelato un intruso assai comodo come "nemico pubblico numero uno", impareggiabile arma di distrazione di massa. Oggi, tra Forza Italia Reloaded e Lega riformattata in chiave "anti-euro", dà la sensazione, ancora una volta, di poter vincere alle urne a mani basse, tra lo sconcerto dei benpensanti, per poi - chissà - trattare la non-belligeranza con il Pude talebano...
Gli italiani sono assuefatti alla tifoseria, non c'è golpettino che tenga: indimenticabile quello sotto spread del "FATE PRESTO!", con tanto di festeggiamenti di piazza; poi sono arrivati i tecnici, quelli veri...
NO APOLOGIZE for B., BUT... che la sinistra eurista se lo tenga ben stretto: senza di lui, come potrebbe farcela, nonostante tutto, a tirare avanti?
Ma allora... la sinistra NON-eurista? MISSING.
E d'altronde gli italiani di quell'altra cosa là, che comincia per C..., qualunque sia la forma partitica assunta da un'eventuale sua reincarnazione, l'hanno fatto capire più di una volta: non ne vogliono proprio sapere.

La CERTEZZA DELL'IMPUNITA' è il sostrato psicologico, la "tonalità emotiva" di tutti coloro che negli ultimi vent'anni almeno hanno partecipato e contribuito, in cambio di credibilità internazionale e posizioni di potere e prestigio, allo smantellamento dell'Italia. Perfette nullità collaborazioniste, messe sugli altari a Roma per un annetto o due a "riformare" su commissione, spesso e volentieri con l'aura dei "tecnici", e poi lasciate scivolare, a missione compiuta, nel dimenticatoio mediatico.

Ecco il "grandioso disegno dell'Unione Europea": anzitutto, grazie a un partito collaborazionista, sottrarre il ciclostile all'intera classe politica nazionale, così da costringerla a raccattare soldi in giro elemosinando, vessando, tartassando, sforbiciando, a seconda dei casi; fino al punto di farle perdere il consenso persino dei tradizionali allevamenti di voti, non più nutriti a sufficienza; così da forzarla a mollare - essendo ormai da un lato definitivamente invisa all'intera popolazione stremata e dall'altro allettata da ruoli chiave nelle svendite interne e negli affari internazionali - la restante sovranità nazionale (il che sarebbe pure visto come "liberatorio" dalla popolazione) a... A CHI?

La Costituzione della Repubblica Italiana, nel Titolo III sui Rapporti Economici (artt. 35-47), non propugna "la lotta contro il capitalismo tout court", e non può essere forzata su tale posizione, a meno che non si vada a precisare esattamente di "quale" capitalismo si sta parlando.

Un'assemblea costituente europea è impossibile per il semplice fatto che non esiste un potere costituente popolare europeo.

Non esiste un'entità identificabile come "il popolo europeo". Esistono piuttosto popoli europei eterogenei, ancor oggi - in maniera più o meno "politically correct" - reciprocamente indifferenti se non ostili, che hanno passato secoli e secoli a scannarsi a vicenda.
Manca quindi il presupposto fondamentale per una governance unica europea democraticamente legittimata ad attuare politiche comuni o coordinate economiche, industriali, fiscali, del lavoro.
Si procede al contrario, a passi spediti, verso una governance unica europea minima o pro forma, e alla liquidazione delle sovranità nazionali a favore di soggetti sovranazionali "non politici".

Il processo avviene attraverso il superamento - per rigetto da parte del corpo elettorale - delle classi dirigenti politiche nazionali, messe nelle condizioni non di potersi più perpetuare come macchine per la costruzione del consenso tramite la spesa pubblica a debito, bensì ridotte al ruolo di privilegiati e implacabili esattori.
In questa prospettiva, M5S svolgerebbe in Italia la funzione di "facilitatore" del processo.

Un'obiezione di fondo all'economia pianificata di Stato è che, storicamente (ulitmi trent'anni?), la dirigenza politica nazionale, per combinazioni di interessi e meccanismi di selezione interna, si è dimostrata del tutto incapace di tutelare o programmare UN SOLO settore attualmente o potenzialmente STRATEGICO per il Paese; bravissima, al contrario, nel fare "affari" e nell'allevare sacche CLIENTELARMENTE utili al proprio tornaconto.
Perché domani dovrebbe essere diverso?
Una posizione statalista o dirigista che non sappia dare una risposta concreta a questa domanda e preferisca eluderla puntando il dito "contro il Mercato cattivo" è destinata a rimanere intrinsecamente debole.

L'unica deflazione buona è quella morta.

Continuiamo a vivere immersi in una micidiale impasse:
dobbiamo riappropriarci delle chiavi di casa, non dobbiamo riconsegnarle a QUESTI.
Una via d'uscita? Deve essere chiaro anzitutto che il nodo gordiano non si scioglie, si recide.

Una storiella pescata in Rete... uscire dall'euro è necessario, ma può bastare, senza un nuovo piano industriale, a risolvere questa situazione?
"inizio' la sua giornata molto presto, quando alle sei in punto suono' la sua sveglia MADE IN TAIWAN. Mentre attendeva che bollisse l'acqua nella sua bella teiera MADE IN CHINA, si raso' con il suo rasoio elettrico MADE IN HONG KONG. Indosso' una bella camicia a fiori MADE IN SRILANKA e un bel paio di pantaloni di marca MADE IN SINGAPORE, poi le comode scarpe MADE IN KOREA. Si preparo' un tost con il suo tostapane automatico MADE IN MALAYSIA e si mise a far conti con la sua calcolatrice MADE IN USA per verificare quanto avrebbe potuto spendere quel giorno. Sincronizzo' l'ora del suo orologio MADE IN JAPAN con il segnale orario della radio MADE IN INDIA, sali' nella sua bella auto MADE IN FRANCE e parti' - come peraltro tutti gli altri giorni - alla ricerca di un buon lavoro nella sua bella e amata Italia. Giunta sera, al termine di un'altra giornata avvilente ed infruttuosa, decise di rilassarsi un po'. Indosso' le sue ciabatte MADE IN BRAZIL, prese dal frigorifero MADE IN THAILANDIA una bella birra ghiacciata MADE IN GERMANY e accese la televisione 26 pollici MADE IN INDONESIA. Mentre osservava stancamente il notiziario CNN, pensava e non riusciva a capire per quale maledetto motivo non riusciva a trovare un lavoro in Italia."

Tesi:
la prospettiva sovranista è la sola capace di contrattaccare alla devastazione sistematica del tessuto produttivo delle PMI e del "made in Italy".

Domanda:
la Tesi incarna una posizione di destra o di sinistra?

Risposta:
mentre la Tesi è con tutta probabilità corretta, la domanda successiva esprime uno scrupolo privo di significato, utile al massimo per futili distinguo, oziose divagazioni, sterili polemiche.

Conclusione:
destra e sinistra sono categorie vuote.

Oggi "destra" e "sinistra" sopravvivono in due contesti, quello dell'elucubrazione accademica e quello propagandistico-elettorale; trattasi in realtà di categorie ormai vuote, fardelli per il pensiero, gabbie mentali per le quali sarebbe d'uopo la messa al bando dal vocabolario politico.
Il concetto di Sovranità è neutro rispetto a tali distinzioni inservibili, riferendosi a un potere o somma di poteri (o funzioni).
Il concetto di Nazione deve essere sdoganato, in quanto finalmente non più problematico: una comunità di individui che condividono elementi quali linguaggio e cultura (espressioni storiche di un grado minimo di omogeneità etnica), delimitazione territoriale (confini), riferimento a una medesima Costituzione (patto sociale).

Esiste una soglia di sopportazione collettiva all'aumento delinquen-demenziale della pressione fiscale complessiva?
Stando alle reazioni del popolo italiano, parrebbe di no.
Un giorno ci sveglieremo: le tasse dirette e indirette saranno arrivate a quota 100% dei redditi, i risparmi pregressi saranno finiti.
Impugneremo il telecomando, e seduti in poltrona davanti al televisore, apprenderemo dal Tg che sono stati istituti, per decreto legge, i pagamenti delle imposte in natura.

L'entrata nell'Euro è stata una trappola, ma anche l'uscita potrebbe diventarlo.

Chi dovrebbe gestire l'uscita eventuale dall'Euro? Perché il Come lo si farà dipende essenzialmente da questo (uscire "da destra" o "da sinistra" è una formulazione vuota del problema). Dunque, qualcuno ha in mente i nomi e i cognomi dei "gestori del processo papabili"? Quelli che partecipano all'attuale governo? Gli attuali oppositori in parlamento? I primi non lo farebbero certo spontaneamente, ma solo per conclamato calcolo elettorale oppure se costretti dagli eventi. I secondi forse pure. Dubito che entrambi non ci consegnerebbero a una situazione ancora peggiore (anche se per motivi diversi) dell'attuale.
Non ci sono scorciatoie rispetto alla costruzione, ancora possibile, di una nuova classe politica e dirigente nel Paese, la quale dovrà gestire il processo, che si imporrà come necessario.